Sapevi che negli ultimi mesi al Parlamento Europeo si sta riaprendo con forza il dibattito sulla regolamentazione dell’Intelligenza Artificiale in Europa? In particolare, si sta discutendo su una serie di aggiornamenti all’AI Act, il primo grande quadro normativo al mondo dedicato proprio all’uso dell’intelligenza artificiale. Se te lo sei perso, puoi leggere il mio articolo sull’Ai Act: AI Act: ecco tutto quello che c’è da sapere.
Perché se ne parla tanto? Per capirlo occorre fare un passo indietro, e capire bene la natura dell’AI Act. Essa è stata pensata come una legge “a rischio graduato”: non tutte le intelligenze artificiali sono uguali, e quindi non possono essere trattate allo stesso modo. Alcune applicazioni vengono considerate a rischio minimo, altre a rischio limitato, altre ancora ad alto rischio (come quelle usate nella sanità, nella selezione del personale o nella giustizia), fino ad arrivare a sistemi vietati perché ritenuti pericolosi per i diritti fondamentali.
Questa struttura, già di per sé complessa, oggi viene messa alla prova da un elemento che nel momento della sua prima stesura era solo agli inizi: l’esplosione dell’Intelligenza Artificiale generativa.
Il pacchetto “Digital Omnibus”
Sebbene l’AI Act sia già formalmente in vigore, proprio in queste settimane il Parlamento Europeo è tornato a negoziare su un nuovo pacchetto di aggiornamenti chiamato ‘Digital Omnibus’. L’obiettivo è duplice: da un lato semplificare le procedure per le piccole e medie imprese, dall’altro rispondere a rischi emergenti che solo pochi mesi fa non erano così evidenti.

Sistemi come chatbot avanzati, generatori di immagini, video e contenuti testuali stanno cambiando velocemente il panorama tecnologico, economico e sociale. E proprio questa rapidità sta spingendo le istituzioni europee a rimettere mano ad alcune parti della normativa.
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Il punto centrale sta tutto nella grande domanda: come regolamentare tecnologie che evolvono più velocemente delle leggi stesse? In particolare, ci sono aspetti altamente sensibili che necessitano urgentemente di una normativa, come i foundation models, il Copyright, i contenuti non consensuali: vediamoli insieme.
I “foundation models”
Una delle questioni più discusse riguarda la trasparenza dei modelli: in particolare, si sta valutando di rafforzare gli obblighi per le aziende che sviluppano modelli di intelligenza artificiale “di base”, i cosiddetti “foundation models”, chiedendo maggiore chiarezza su come vengono addestrati, quali dati vengono utilizzati e quali possibili rischi possono emergere dal loro utilizzo.
La questione del Copyright
Un altro tema molto caldo riguarda il Copyright e i contenuti utilizzati per addestrare questi sistemi: molti modelli di IA sono stati costruiti su enormi quantità di dati tra testi, immagini e dati raccolti dal web, e questo ha aperto un confronto acceso fra tutela dei diritti d’autore e innovazione tecnologica. L’Europa sta cercando un equilibrio: da un lato non vuole bloccare lo sviluppo, dall’altro non può ignorare il problema dell’utilizzo non autorizzato di contenuti protetti.
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I contenuti non consensuali
Tra le novità più discusse in questi giorni c’è l’introduzione di nuovi divieti assoluti: il Parlamento sta spingendo, ad esempio, per vietare i sistemi di IA che creano contenuti intimi non consensuali (i cosiddetti deepfake), una piaga sociale in forte crescita. Si sta inoltre cercando di dare più forza ai creatori di contenuti, chiedendo che i modelli ‘di base’ rispettino standard ancora più severi sul diritto d’autore.
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La responsabilità legale
Si sta poi discutendo di un punto ancora più delicato: la responsabilità. Se un’intelligenza artificiale commette un errore, chi ne risponde? Il produttore del sistema, l’azienda che lo utilizza, o l’utente finale? L’AI Act cerca di stabilire delle regole chiare, ma l’applicazione concreta di questi principi non è semplice, soprattutto quando l’IA viene integrata in servizi sempre più diffusi e automatizzati.
La sicurezza informatica
C’è anche un altro aspetto spesso meno visibile ma fondamentale: la sicurezza informatica e la protezione dei dati. L’aumento dell’uso dell’IA rende più sofisticati anche gli attacchi informatici, e per questo il Parlamento Europeo sta valutando l’introduzione di requisiti più stringenti per i sistemi considerati critici.
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La questione della competitività
Dietro a tutto questo c’è una tensione costante tra due esigenze: da una parte la volontà di proteggere cittadini e diritti fondamentali, dall’altra quella di non soffocare l’innovazione tecnologica e la competitività europea rispetto a Stati Uniti e Cina.
L’Europa, in questo senso, sta cercando di posizionarsi come un modello globale di regolazione “etica” dell’intelligenza artificiale, ma la sfida non è solo teorica: è pratica, quotidiana e in continua evoluzione.

Per chi lavora nel digitale, nella comunicazione o nello sviluppo tecnologico, queste discussioni non sono affatto lontane. Al contrario, stanno già influenzando strumenti, piattaforme e modalità di lavoro e nei prossimi anni, con ogni probabilità, diventeranno ancora più concrete.
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Quello che oggi si sta decidendo al Parlamento europeo non riguarda quindi solo le grandi aziende tecnologiche, ma il modo in cui l’intelligenza artificiale entrerà nella vita di tutti: nel lavoro, nella scuola, nella sanità, nella comunicazione. E forse la vera domanda non è solo “come regolamentare l’IA”, ma anche “che tipo di rapporto vogliamo costruire con essa”.
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